Considering concepts of figuration and abstraction as ineffective categories applied to my work, I situate my practice in the realm of the anti-narration. My paintings evoke instead of illustrating, suggest instead of explaining, allowing the grammar of painting to become the subject of study itself.

 

Driven by a philosophical approach and a contemplative gaze, I work on canvas and on wooden boards, in order to build textures and patterns that function as laboratory glasses, on which the vision of specific elements crystallizes in clarity.

 

The eye becomes lens, microscope and telescope, in charge of zooming, shortening and mixing the distance between what exists in the micro and macro cosmos, arising questions about our relationship with time and nature.

 

Barren lands, flowery meadows and colour fields are inhabited by botanical and organic elements, mostly depicted by sight, to which hands and other human features relate, pointing out, taking care or destroying.

 

My theoretical research is informed by the concepts of beauty, pleasure and caducity, and by the obsession for the marginal, that exists regardless the main scenes and that opens up to alternative scenarios.

Prima Vera Nuova

by Sofia Silva

exhibition text in “Something Filled Up My Heart with Nothing”

Otto gallery, 2022

Something filled up
My heart with nothing
Someone told me not to cry
Now that I'm older
My heart's colder
And I can see that it's a lie
(Arcade Fire)

Ho conosciuto Vera nel 2012, risiedevo in Inghilterra, mentre lei era tornata in Italia dopo gli studi al Chelsea College di Londra. Al tempo, gran parte della sua energia stava per essere investita nella creazione di un artist-run space a Varese, Yellow, il cui progetto di partenza fu quello di esporre pittura britannica in Italia al fine di creare un humus culturale propizio alla nascita di una nuova pittura italiana. Un progetto ambizioso, che riuscì, pur nell'assenza di fastosi riconoscimenti.
I pochi pittori italiani con cui Vera e io entravamo in contatto erano convinti che la pittura in Italia fosse morta e ne portavano avanti la pratica con tempra partigiana. Per quanto i discorsi rispetto al medium, quelli miei e quelli di altri pittori amici della penna, fossero spesso troppo enfatici e talvolta persino patetici, la missione era nobile e precisa tanto che a oggi sono convinta che la pittura dia il meglio di sé da morta stecchita e sepolta.
Di fatto siamo due amiche che hanno percorso, perdendosi e ritrovandosi, dieci anni di pittura in Italia e Inghilterra: lei ragazza luminosa – idealista ottimista, protetta da un velo di candore, appassionata fino allo stremo delle forze; io grigetta – idealista pessimista, critica, insocievole.
A un certo punto qualcosa è cambiato, su di me si è steso il tiepido raggio della noncuranza culturale, su Vera è calata un'ombra, come se una disillusione errabonda avesse trovato una tana sulle sue palpebre. Per presentare questa mostra, devo percorrere il sentiero fino a trovare il crocicchio in cui la vecchia e la nuova Vera s'incontrano.

 

“Pericolo zecche”, titolano i giornali della prealpina varesotta nell'estate 2022, spiegando che a causa del surriscaldamento il pasto di sangue di queste fastidiose creature è iniziato a maggio. Al telefono Vera mi racconta che sua figlia Tea, correndo tra l'erba seccata dal sole del giardino di famiglia a Comerio, continua a imbattersi nel parassita. Faccio una smorfia. La prima volta che vi misi piede, quel giardino era ancora uno splendido esempio, umido, rugiadoso, della cultura botanica che contraddistingue Varese e la sua provincia. L'erba era calpestata dalle faccende della famiglia Portatadino i cui componenti mostravano un'aura antica, propositiva e sofferente, in cui si potevano facilmente scorgere i residui di una storia novecentesca dedicata al senso di responsabilità.


Nel 2012 la pittura di Vera era come quel giardino, rorida e lacustre. Dipingeva su tela come se stesse dipingendo su ceramica, era veloce, diafana, orizzontale, spesso tirava pennellate cicciotte e tremule. Era solare (utilizzava incredibili quantitativi di giallo, verde acido e lillà), talvolta vitalisticamente didascalica, già eco-anxious, e affezionata al sentimentalismo della pittura inglese. La pratica pittorica si rifletteva nelle sue curatele presso Yellow, che anticiparono in Italia nomi oggi celebri, se non proprio in vetta al mercato internazionale. La maggior parte dei pittori che curava (tra cui io non figurai mai, proprio in virtù del mio opposto periodo dedito a pinturas molto negras y angustiadas) facevano opere piccole, schiette e riferite limpidamente alla ricerca dell'esile e del bello. Gli stili erano di varia natura (non si vivevano ancora gli anni della becera fiducia nell'abilità tecnica); ogni quadro passato da Yellow nei primi tre anni di attività era un beautiful painting-as-object.
Proprio in simbiosi con la vita del suo giardino d'infanzia, con l'erba sempre meno perlata, e le fronde sempre meno materne, Vera e la sua pittura sono cambiate, inglobando atmosfere ed elementi prima più scuri, e poi più secchi.

 

Intorno al 2018, seguendo una fascinazione per il lavoro del marito, biologo molecolare operativo nella ricerca contro il cancro, Vera cominciò a dipingere elementi sparsi su sfondi che apparivano come dorsi rocciosi o orizzonti cosmici. Voleva farsi piccola come l'ape Maia al fine di dipingere le micro-tracce di vita, antropizzata e non, sparse sul dorso del giardino: insetti, lacerti di plastica, mollette rotte, petali, capelli e fili. I quadri vivevano ancora della lezione inglese, anche se in maniera diversa da prima: erano organici, materici, facevano un largo uso di terre, erano lucidi, dipinti a olio in maniera che più evidente di così non si sarebbe potuto. In quegli anni io cominciavo a percepire un senso di stizza per la pittura a olio, che iniziavo a vedere come una tecnica pittorica tra tante in mio possesso, e non più come il credo in cui avevo riposto i miei early works. Ne parlammo e avvertii la sensazione che Vera si sentisse tradita, perché per lei la pittura a olio equivaleva alle molecole di materia organica su Marte che ogni tanto le agenzie spaziali millantano di aver rinvenuto. L'alchemia organica dell'olio le faceva credere che il quadro fosse, se non un vegetale o un animale, almeno un minerale, e per lei questo era importante.

 

Vera è nata nel 1984, io nel 1990, apparteniamo a quella generazione di italiane provenienti da famiglie progressiste, istruite e liberali nell'educazione dei figli, che ha vissuto l'ultimo soffio di Novecento in maniera acritica e il secondo decennio degli anni Duemila in maniera gradualmente sempre più critica; abbiamo imparato ad avere valori da chi ci ha preceduto, ma abbiamo appreso dagli adolescenti l'urgenza di accedere a nuovi diritti. Nella nostra sensibilità individuale si sono manifestate a poco a poco, in azioni e reazioni personali, piccole rivoluzioni di origine socio-politica: non tollerare più il tono di voce dei conduttori televisivi, perdere interesse per i partner che offrono relazioni maestro-allieva, non sopportare più l'ipocrisia della parola “maltempo” in sostituzione ai discorsi sulla catastrofe climatica, guardare con odio chi getta la sigaretta a terra, sentire gli occhi soffocare di fronte a immagini di convegni di soli uomini in posizioni di potere. Un mucchio di sensazioni, esperite una per una nel corso di anni, hanno costruito una nuova coscienza a grande parte della nostra generazione che, seppur più silenziosa rispetto a quelle venute dopo, ha in realtà potuto imparare sia dal vecchio che dal nuovo mondo.
Poiché la pittura è parimenti elaborazione di una ricerca e trascrizione di una biografia, tutto questo si è sedimentato nei nostri quadri, e in quelli di Vera ha avuto l'effetto di rendere la sua mano più lenta, il pensiero più fitto, il soggetto più solo e il colore più realistico, umido di nostalgia o arso di sconforto.

 

L'odierna opera pittorica di Vera Portatadino si regge su una paratassi che definisco bizantina. Ogni quadro è una tabula che a livello imaginifico può essere sostituita dall'area di un rudimentale telaio da tessitura. Gli strati di pittura, ovvero i fili della composizione, sono tirati uno a uno da Vera, alcuni in senso longitudinale, altri in senso trasversale, proprio come nell'imbastimento di trama e ordito. Quella che sembra solo una parentesi tecnica è in realtà consustanziale all'opera di Vera, perché la sua è un'opera semplice, paratattica appunto, ricca di dettagli ma priva di mistificazioni. Un filo di fiori, sopra a uno di foglie, sopra a una decorazione protogeometrica: tutto presenta una linearità simile a quella dell'apparato ornamentale della ceramica greca antica. Proprio come nei vasi di quel mondo, l'elemento vegetale, animale, umano e decorativo sono ibridi l'uno all'altro, privi di disparità di potere e narrative.
In poche righe ho nominato l'antica Grecia e la paratassi bizantina: il sapore orientale del mondo di Vera origina dal luogo in cui è nata, dalla sua forte, parzialmente inelaborata, appartenenza culturale. Comerio si trova in una terra di santuari e culti mistici, ricca di spiragli teosofici e medianici, non lontana dal Monte Verità, avvolta dal mistero dei giardini, dalle leggende del lago, fortemente legata al mondo della magia. Nella stessa terra ha sede la casa di moda Missoni, i cui tessuti non a caso vivono della stessa paratassi di alcune delle opere in mostra. Vera ha assorbito il filo magico del varesotto anche a livello estetico, tanto che il giorno del suo matrimonio, come fosse il più naturale tra i look, si è vestita non da sposa cristiana, ma da Persefone, dea della primavera.
Nelle sue tele si incontrano numerosi simboli derivanti da iconografie antiche e archetipiche, la rosa ardente, il fiore dell'Apocalisse, il fuoco della rivelazione; Vera non usa i simboli in quanto tali, piuttosto s'imbatte in loro in maniera spontanea. A mio giudizio, lo spettatore abituato a una fruizione tradizionale del medium pittorico potrebbe avvicinarsi all'opera di Vera più come a una natura morta che a un quadro di tipo surrealista, simbolista o spostato verso il mondo dell'astrazione. L' elementarietà dei suoi soggetti fa pensare ai fichi dipinti sulla parete della Villa di Poppea, alle ciliegie della Casa dell'Efebo, oppure in altri casi alla vetrinetta di un santuario, in cui piccoli oggetti devozionali sono disposti uno dopo l'altro. Vera non attua particolari giochi luministici, o preziosismi, sebbene il medium che utilizza, l'olio, vi si presterebbe; usa l'olio come fosse tempera, una strana tempera di cui accoglie gli opachi, i traslucidi, i tempi lunghi, la possibilità che dà al pittore di ritornare sui propri passi con una passata di straccio.
La prima Vera, 2009-2017, e la Vera nuova, 2018 – fino alla mostra che oggi presentiamo Something Filled Up My Heart With Nothing, accolgono un forte prolungamento del tempo della pittura di ogni singolo quadro e del dubbio, estetico e morale, che lo riguarda. Detta in parole povere: da velocissimo che era, il processo pittorico di Vera è diventato molto lento; da spensierata, la pittrice si è fatta sempre più pensierosa; da superficiale (nel senso letterale e non morale del termine), la pittura è divenuta stratificata. Così ho visto cambiare la mia amica artista, seguendo il mutare della storia di tutti e di quella del suo giardino.

 

Sofia Silva